D’altra parte, è evidente come la riscrittura del mito tragico abbia assunto nell’età contemporanea una dimensione problematica che rovescia, spesso consapevolmente, valori e paradigmi fissati da un canone secolare. L’esemplarità del discorso tragico viene ritrovata sempre più non nella sua capacità di delineare leggi etiche universali, oppure cosmiche e onnicomprensive teologie, ma nel suo aderire alla fragilità dell’umano, nell’anteporre a ciò che è assoluto ciò che è irrisolto. A ridefinire lo statuto dell’eroe tragico nella contemporaneità hanno contribuito numerosi fenomeni che si sono delineati a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. In primo luogo, la scissione tra la nozione di “antico” e quella di “classico”, per cui si è acquisita la nozione che la stessa antichità poteva essere riletta in funzione anticlassica e, almeno potenzialmente, eversiva, non solo sul piano estetico (cf. M. Vegetti, Classico e antico, in Di fronte ai classici, a cura di I. Dionigi, Milano, 2002). E’ una scissione evidente, per esempio, nella riflessione di Friedrich Nietzsche, la cui influenza sulla cultura novecentesca è stata decisiva. Ma presente anche nella riflessione psicanalitica che, fin dalla sua germinale relazione con la tragedia greca attraverso l’idea freudiana del “complesso di Edipo”, ha sempre implicato, nelle sue diverse scuole, da Jung a Hillman a Lacan, le figure del mito tragico. Ciò ha contribuito ulteriormente a trasformare le figure delle tragedie da paradigmi di un canone estetico o morale in veicoli simbolici della dimensione più oscura e problematica dell’umano.